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giovedì 18 gennaio 2018

Online il nuovo sito del Gran Capitolo dei Liberi Muratori dell'Arco Reale d'Italia




È online il nuovo sito istituzionale del Gran Capitolo dei Liberi Muratori dell'Arco Reale d'Italia, con tutte le informazioni e i riferimenti per approfondire e avvicinarsi al sistema altograduale più antico e diffuso al mondo. 
Sarà presto arricchito da contenuti multimediali e ha già i link agli ultimi numeri di YR e.M@gazine e agli aggiornamenti quotidiani del nostro blog.

Per visitarlo clicca qui

Goethe massone. Prestigioso appuntamento a Villa Sciarra




Il 22 gennaio all’Istituto Italiano di Studi Germanici a Villa Sciarra, a Roma, si presenterà di libro di Marino Freschi «Goethe Massone» (Tipheret - Gruppo editoriale Bonanno) con il filosofo GianMario Cazzaniga (Università di Pisa) e il germanista Gianluca Paolucci (Istituto Italiano di Studi Germanici). Coordina Roberta Ascarelli (ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Arezzo).

Il simbolismo cabalistico del Rito di York. Le cariche di un Capitolo


Re Salomone, con il Profeta Natan e il Gran Sacerdote Zadok

In questi giorni, nei Capitoli del Rito di York, si stanno insediando i nuovi eletti. La Comunità di Israele, cioè la sposa terrestre della divinità, era governata da tre ‘pilastri’. Il Re (maleck), il Gran Sacerdote (cohen ha-gadol) e il Profeta (navì). Sono le uniche persone che venivano ‘unte’. L’unzione, a partire da Esodo (40,1-33), trasforma una cosa profana in una sacra, vale per gli oggetti, ma vale anche e soprattutto per gli uomini. È il momento, per un uomo, di massima trasformazione della sua interiorità. Unto, in ebraico, si dice ‘Messiach’ (e in greco ‘cristos’).
In ebraico una cifra indica anche un numero, non eccendoci i numeri arabi: accade così che ogni parola possa essere un valore numerico e possa essere espressa da un numero, ottenuto sommando i valori dei singoli caratteri. Così Re vale 90, Profeta vale 63 e Gran Sacerdote dà 75. La loro unione dà 228 come il valore numerico della parola ‘etz chaim’ che vuol dire ‘Albero della Vita’.

Anche l’albero della Vita ha tre colonne, basta vederne una qualsiasi rappresentazione. Quella centrale (Kether/Malkuth) è detta ‘Regale’ (Malkuth, la sephirah più bassa è il Regno, Kether è la corona). La colonna di destra è assimilabile all’intuizione e alla sacralità del Gran Sacerdote, quella sinistra può rinviare analogicamente al dottore della legge.

Queste tre figure, questi tre ‘messiach’ li troviamo anche nel Capitolo: c’è un Re (che più propriamente è un ‘Reggente’, visto che era a capo di una comunità senza terra, cioè Zorobabele), un Gran Sacerdote (Giosuè), e un Profeta (Aggeo, il decimo dei profeti minori i cui oracoli sono raccolti nell’omonimo libro della Bibbia). Bisogna anche considerare che, nel Gran Sacerdozio del Rito di York,  il corpo appendant che da qualche mese ha ripreso a funzionare, l’apice dell’iniziazione viene toccato proprio con l’unzione, riservata agli ex GS.

Per queste considerazioni sarebbe opportuno che la comunità York fosse governata da tre figure. Il GS a capo del capitolo, il Profeta sarebbe opportuno fosse l’Illustre Maestro della Criptica, perché un grande che allude alla interiorità, mentre la carica del Reggente dovrebbe essere rivestita dal Commendatore della Commenda, facendo riferimenti alle esteriorità del regno e del dominio (spirituale).
(emmecì)

Online il nuovo numero di York e.M@gazine




È online l'ultimo numero di York e.M@gazine,  rinnovato nella veste grafica e, come sempre, ricchissimo di contenuti. Da segnalare l'editoriale di apertura del Sommo Sacerdote Tiziano Busca, gli interventi di approfondimento iniziatico di Massimo Agostini, Enzo Heffler, Giuseppe Di Domenica, Marco Rocchi, le segnalazioni editoriali di alcuni testi curati da Mauro Cascio (la prima edizione italiana di Mystica Aeterna di Rudolf Steiner e i rituali alchemici di Tschoudy), le ultime iniziative formative del Rito di York in Italia e lo spazio dedicato alla Gran Segreteria con Almerindo Duranti. La copertina è dedicata alla nomina di Tiziano Busca come Gran Lecture del Gran Capitolo Internazionale.

Leggilo qui.

La spada e il cavaliere


di Antonio Biviano



Impugnata da Re ed Eroi, la Spada rappresenta ancora oggi un oggetto sacro. Proprio di quegli uomini depositari delle più antiche tradizioni, uomini appartenenti a Ordini con carattere iniziatico. Essa esercita l’autorità di una legge superiore, giusta, inflessibile, capace di ripristinare il giusto rapporto tra il bene ed il male.

Per circa duemila anni la spada la si trova al fianco di Cavalieri e Re, considerata il loro più nobile prolungamento, la parte più nobile della loro anima, tanto da meritarsi sempre il nome di una Dama: Brunilde, Excalibur, Brimir, Durlindana..

Attorno ad essa, in passato si sono sviluppati miti valori spirituali, che hanno costituito le basi di vere e proprie filosofie dell’essere, quali ad esempio: il Codice Cavalleresco in occidente, ed il Bushidò in oriente. Filosofie, entrambe legate all’onore di chi la teneva al suo fianco, ed alla purezza di animo che la brandiva, divenendo così un simbolo di casta, che contraddistingueva gli iniziati guerrieri da gli altri combattenti, elevandoli a vera e propria Casta Reale.

Nella simbologia Templare, la Spada è impugnata da colui che combatte innanzitutto una guerra interiore, per il dominio su se stesso e per il raggiungimento di sempre più elevate conquiste spirituali, o livelli superiori di coscienza.
Tutti sappiamo che, nella tradizione Druidica prima, ed in quella Templare dopo, la doppia valenza della spada a doppio filo, ha rappresentato l’agire benefico e l’agire malefico del cavaliere. I due possibili modi di agire, così, in un corpo unico, rappresentando cosi perfettamente la natura dell’Uomo, Guerriero e Sacerdote allo stesso tempo.
Ed ecco perché, San Bernardo nel suo “de laude milites templi”, parlando dei cavalieri templari, spiega della “nuova militia, mai conosciuta prima di ora, che combatte senza tregua nello stesso tempo una duplice battaglia, contro i nemici in carne e sangue, e contro le potenze spirituali del male nello spirito religioso”. Da questo si evince come il dominio del Cavaliere sulla propria Spada, lo porti al controllo sia sulle sue pulsioni che sul nemico, in carne e ossa, alla conquista di un equilibrio fatto di consapevolezza e pace interiore, in armonia con se stesso e con la materia che lo circonda.

 Essi, i Cavalieri, dovevano vincere dapprima la piccola battaglia, contro se stessi, per poi affrontare la grande battaglia, contro il nemico.

Così come in Occidente, anche in Oriente ritroviamo la Katana, la Spada del Samurai. Essa parimenti alla simbologia Occidentale, rappresenta l’anima del Samurai stesso. – detta anche Kami, cioè Dio, la portavano al loro fianco i Guerrieri Samurai, al tempo degli Shogun, i Signori Feudali dell’antico Giappone.

Il costruttore della Katana era sempre un Maestro fabbro, di nobile origine, obbligato a condurre un’esistenza dignitosa, quasi religiosa, astenendosi da qualunque eccesso, egli conduceva una vita più che retta, al fine di poter trasmettere le sue stesse doti alle lame che egli forgiava. La Katana, così, diventava simbolo di una Casta Guerriera. Il Samurai però indossava due spade, di diversa forgia e lunghezza: una più lunga detta Dai, ed una corta detta Sho. La Katana e la Wakizaki, esse rappresentavano rispettivamente, la forza sacra del potere del bene sul male, la prima, ed il suo stesso onore la seconda , la piccola, con la quale il Samurai si dava la morte in caso non fosse riuscito nel suo compito di buon cavaliere o avesse disubbidito o deluso il suo Shogun. Si fa a questo proposito notare che il gesto che eseguiva il Samurai al momento di darsi la morte, equivale al segno dato dal maestro massone in segno di lealtà verso i fratelli maestri in loggia: gesto che prevede che la mano dx tagli il ventre orizzontalmente da sn a dx. La presenza della spada corta al suo fianco, voleva anche rappresentare la caducità della vita del cavaliere, il quale si rappresentava come un fiore di ciliegio, Hanami, il quale può essere spogliato dal ramo ad un semplice alito di vento, così la vita del Samurai poteva essere spezzata in un solo attimo dalla mano del nemico.

 Tornando alla tradizione epica cavalleresca, è previsto che l’Eroe superi sempre una serie di prove, vinca dei duelli, superi le tentazioni della vita, uccida un mostro, ripudi i suoi beni, perda i suoi affetti, subisca delle sconfitte, tutto al fine di poter raggiungere il vero scopo: la trasmutazione che lo porterà dall’Io al Sé. – Traguardo che lo elevi, portandolo più vicino a Dio.
Egli, quindi, divenendo Cavaliere, scopre la sua spada interiore, fatta di equilibrio, tenacia, consapevolezza integrità ed onore.

Per noi Massoni, oggi, la Spada rappresenta uno strumento spirituale per difendersi dalle proprie paure, dalle proprie debolezze, dalle proprie tentazioni, dalle cadute dello spirito.
Pertanto la spada nei nostri rituali si carica di energia propria, di un’anima, di un potere superiore. Essa ha quindi il compito di difenderci dai demoni del nostro inconscio, dalle forze oscure negative che abitano dentro di noi, subito al di là della luce della buona coscienza.

Alla Spada Fiammeggiante, si attribuiscono doti di accumulatore di energia, cosmiche, positive, catalizzatore dell’eggregore dell’intera officina. Trasmettitore del fuoco iniziatico, essa porta la luce ed il calore della speranza, là dove regnano il buio e le tenebre. Usata contro i demoni dello spirito, la sua lama è lucente come la luce che discende dall’Essere Supremo.
Compito del M.V. è di tenerla ben lucida, esattamente per come deve sempre essere la sua stessa anima. Posta sulla cattedra difende tutti i FF dal vizio, dalla viltà e dal male. È usata nelle iniziazioni, dove col suo fiammeggiare brucia l’uomo vecchio in un rogo simbolico, per ri-crearne uno nuovo, iniziato, in un gesto di tale amore da essere poter essere assimilato al gesto compiuto da Dio al momento della Creazione.
Nella Sacra Bibbia, la Spada Fiammeggiante è il simbolo del verbo, del pensiero Attivo, Creatore.

  Concludo col credere che la Spada del Cavaliere è il Cavaliere stesso.
 Essa infatti rappresenta contemporaneamente la sua parte nobile, l’anima pura, ed il corpo stesso del Cavaliere. Il suo Io nell’allegoria tra corpo e anima. Ed ecco come l’Uomo per essere un buon guerriero deve saper conoscere e brandire la spada materiale, la deve saper affilare, la deve saper gestire senza mai ferirsi. Ma solo dopo una iniziazione superiore, egli, armato della Spada Spirituale potrà elevarsi e definirsi Guerriero Sacro, un Cavaliere Sacro.

La Spada è dunque un simbolo di Iniziazione Superiore, la via del sangue, la fusione tra azione e meditazione, come unione tra conoscenza e coscienza, brandita da un braccio pregno di energie superiori, elevate, spirituali. Così egli potrà opporsi alle forze inferiori, materiali.

  Per noi iniziati, la spada è e deve essere essenzialmente uno strumento spirituale, che ci difende innanzitutto dalle proprie debolezze, dalle proprie frustrazioni, dalle tentazioni del mondo profano, dalle cadute di spirito. La Spada è il Simbolo della Volontà Divina e l’Uomo che la riceve espleta un’azione sacra che va al di là del tempo e dello spazio.

L'esoterismo cabalistico della Grande Assemblea




Non lo so se ci siamo mai soffermati a riflettere sul termine ‘Grande Assemblea’ che nella tradizione ebraica è sempre legato al nostro simbolismo. Nei primi anni dopo la costruzione del Secondo Tempio a Gerusalemme, Ezra era ritornato a Babilonia e cercava di riunire il popolo per far sì che si potesse interpretare tutti lo stesso spirito. Eretz Israel e Gerusalemme erano state ridotte in cenere da Nabucodonosor e fu da quelle ceneri che Ezra mise su una nuova comunità. Riunì 120 saggi più grandi del suo tempo. Questo gruppo, che riunì anche gli ultimi profeti, prese il nome di ‘Grande Assemblea’ (Knesseth ha-ghedolà). Il Kaplan ricorda che fu la Grande Assemblea a fissare il canone della Bibbia e a redigere l’Amidà, ancora oggi la preghiera più importante dell’ebreo ortodosso.
(emmecì)

Approfondisci

A Catania nuovi Compagni dell'Arco Reale. E la costituzione di un nuovo Capitolo


La Massoneria: una danza dell'anima tra le colonne del Tempio


di Manolo Cacciatori

Anonimo, Riunione in una Loggia massonica a Vienna, 1786


Rinnovare le cariche di una Officina non è soltanto un atto amministrativo dovuto,  significa ben di più: significa dare un futuro alla nostra Istituzione, significa trasmettere quella luce iniziatica cosi come ci è stata consegnata da chi in passato ci ha preceduto, garantendo, grazie a quella ininterrotta catena di unione che lega passato, presente e futuro dei nostri Valori,  che coloro i quali si avvicineranno alla Massoneria, possano trovare questo Simbolico edificio sempre in buon ordine, ricco di Luce e pronto ad accoglierli.

Sento quindi come nostro preciso compito quello di rappresentare dei Tedofori della via iniziatica tradizionale, alternandoci in questa staffetta con forza e vigore a portare quella luce che rischiari le ombre sempre più cupe che vediamo allungarsi sulla morale della nostra società e sul futuro dei nostri figli.
Una via iniziatica tradizionale da percorrere come prescritto dai nostri rituali affinché tutto sia: serietà, senno, benefizio e giubilo.

Un passo del rituale, questo, che mi ha sempre colpito per la sua capacità di indirizzare le tornate: in questo armonico equilibrio tra compiti, ci sta tutto il senso dei nostri lavori di Loggia.

La serietà dell’impegno contratto con il giuramento e perpetrato con la frequenza, lo studio, ed il rigore nell’applicazione della ritmica rituale: serietà è essenzialmente lo stato d'animo con il quale ci si appresta ad iniziare il cammino iniziatico.

Il senno: il senno del dubbio, la saggezza con la quale ci esprimiamo in loggia, con la quale trasformiamo le tensioni in pace ed armonia, con il quale abbandoniamo i metalli fuori dallo stargate delle colonne Boaz e Jachin, rendendoci accoglienti nei confronti dei Fratelli. ll senno del Massone è in qualche modo la capacità di osservare il mondo con gli occhi del dubbio, non accettando mai verità imposte e dogmi ma rispettando al contempo i punti di vista e le idee dei Fratelli e dell’umanità intera.

Il benefizio ci introduce in una dimensione nuova, apparentemente allontanandosi dalla razionalità indicata dai primi due termini; nel suo significato esso indica infatti non un semplice vantaggio ricevuto, ma l’atto del «fare bene», traendone soddisfazione e giovamento. Se per fare bene si intende non solo svolgere bene il proprio lavoro, profano o iniziatico, ma anche fare bene ad altri, donando una parte di sé, allora il concetto di benefizio indica non solo una tappa fondamentale ma anche un vero e proprio salto di qualità nel cammino muratorio: il passaggio dall’io al Noi.

Avvicinare l’uomo al proprio Fratello, svolgere un lavoro proficuo, per sé e per l’intera  Comunità e per l’umanità, applicare la saggezza, essere in grado di rispettare le idee degli altri mantenendo sempre il senno del dubbio, traendone e offrendo Benefizio, può sfociare solo in una grande ricompensa: il Giubilo.
Siamo arrivati quindi, col termine giubilo a quella che a mio parere è la dimensione spirituale dell’esperienza massonica: alla ricompensa impagabile che ci portiamo a casa una volta chiusi i lavori rituali.

Ma perché tutto questo funzioni è necessario mantenere quell’equilibrio dinamico tra di Noi che genera Armonia.
Un’armonia che non è compiacenza.
Un'armonia che è la possibilità di affermare con forza le proprie idee, accettando con amore fraterno quelle, anche contrarie, degli altri.

Armonia significa uscire arricchiti da questa esperienza.

Credo che l'armonia e l’equilibrio passino per la piena consapevolezza comune della nostra identità massonica.

Purtroppo viviamo in una società, dove in questo momento storico non godiamo del credito e del rispetto che meriteremmo.
Eppure è indubbio che proprio questa società che spesso ci diffama avrebbe tanto bisogno dell’impianto morale che i nostri Valori sanno apportare, della nostra modalità di dialogo franca ed aperta, di quella relazione civile ed inclusiva che caratterizza la nostra Cultura, di quel sottile velo di premura, per citare l’indimenticato Fratello Augusto Fornaciai, con il quale siamo abituati a relazionarci.

Come superare o tentare di superare allora questa contraddizione ?

Nei nostri Templi, attraverso lo studio dei simboli propri di un linguaggio iniziatico, alleniamo la nostra cultura del dialogo, la capacità di ascolto attivo, di comprensione e di accoglienza delle diversità di pensiero ed opinione che stanno alla base del nostro tendere ad essere uomini sempre migliori.

Bene, come iniziati abbiamo tutti, nessuno escluso, il preciso mandato di esportare queste modalità al di fuori delle nostre officine, iniziando proprio dalle famiglie, dove alle volte distrattamente non ci accorgiamo del bisogno di un dialogo migliore, per continuare sul posto di lavoro, ed in ogni occasione di incontro sociale.
Facciamoci percepire “diversi” nelle nostre modalità di interazione con il prossimo promuovendo cosi, anche senza strombazzi e stendardi, ma con forza e vigore quei valori che perseguiamo nelle nostre logge.

Può forse sembrare una poca cosa, ma citando una piccola grande donna, “importante non è quanto è grande ciò che facciamo, ma quanto impegno mettiamo in ciò che facciamo: bisogna fare piccole cose con grande dedizione”
Solo cosi, credo, possiamo concretamente affermare di concorrere a lavorare per il bene ed il progresso dell’umanità.

Percorriamo allora la Via iniziatica tradizionale con il regolo lungo 24 pollici in mano, a ricordarci di avere a disposizione un impercettibile porzione di eternità per compiere la nostra opera, e con i nostri rituali nell’altra mano, affinché ci indichino la via del simbolo nei momenti di smarrimento.

Percorriamola bene, dunque, la Via affinché la nostra fievole luce sia percepita come la stella più bella e luminosa dell’universo.

Percorriamola attraverso lo studio ed il lavoro dei rituali nei tre gradi, che ci giungono a noi come il distillato di culture sapienziali che nei secoli si sono coagulate in una simbolica mappa capace di indicare una strada, per capire chi siamo e quale sia la testimonianza che siamo chiamati a portare, come tedofori, nelle logge e nel mondo profano.

Negli scorsi tre anni sotto la guida del nostro ex Maestro Venerabile Maurizio, abbiamo proficuamente lavorato sulla simbologia che i costruttori del passato hanno saputo celare negli edifici di culto, probabilmente per trasmettere messaggi agli iniziati del tempo e tramandare antiche tradizioni.

Abbiamo tra l’altro studiato ed analizzato dettagli di chiese della nostra Lucca dove sono nascosti simboli che passano inosservati a chi non ha la sensibilità iniziatica per andare oltre il velo delle apparenze, uscendone accresciuti e affinando al tempo stesso la nostra personale capacità di osservazione critica.

Siamo riusciti perfino ad ideare, costruire e donare un monumento che nei secoli rammenterà alla città la nostra storia ed i nostri Valori.

Adesso lavoreremo su quegli strumenti che la tradizione libero muratoria ci consegna con i rituali, attraverso i quali costruire quotidianamente i nostri sogni possibili.

Ci aspetta quindi in quest’anno un lavoro attento di approfondimento della simbologia delle tre camere e di come i simboli e gli arnesi del mestiere, attraverso il loro messaggio  esoterico, indichino chiaramente quale sia la via da percorrere incessantemente, per la costruzione di quel simbolico edificio a cui tutti tendiamo.
Permettendoci forse un giorno di riconoscere tra le tante pietre scartate nei nostri cantieri, quella dalla forma bizzarra che permetterà di completare la nostra Opera.


Ognuno di noi quindi, attraverso il lavoro coordinato dai Sorveglianti, deve raggiungere la piena consapevolezza del proprio ruolo in Loggia e di quale sia la testimonianza che è chiamato a portare nel mondo profano, indipendentemente da esperienza e colore del grembiule.

Ognuno consapevole che, come in un organismo, ogni cellula con la propria funzione,  è indispensabile a mantenerlo in vita.
Nessuna esclusa.

Per costruire alla gloria del Grande Architetto dell’Universo quella città dello spirito dove la fratellanza sia il vero ed unico cemento tra uomini liberi ed uguali, e tutto sia serietà, senno, benefizio e giubilo !

La massoneria è un idea coraggiosa, possibile e giusta.
Una piccola fiaccola che acceca d’amore l’universo… e se tutti ci impegniamo, nessun vento riuscirà mai a spegnerla.

Il gioiello della luce del mondo


di Maria Yepes e Ventamore


Michele Riefolo, Cercatori di luce

Sotto il sole d’un giorno rovente, all’ombra del pergolato la «madre» del villaggio istruiva le giovanette per farne delle Donne impareggiabili. Intenta al suo ricamo, una delle allieve si rivolse alla Maestra: «Madre, raccontaci ancora una fiaba».
E la Madre: «Ve ne racconterò un’altra. Però voglio vedervi lavorare.
Proprio dove siamo ora sedute, molto tempo fa mio nonno mi riferì un fatto che ancora mi sorprende per la sua singolarità. Egli così mi narrò: “In diecimila generazioni, innumerevoli uomini sono vissuti soltanto per cercare un gioiello così prezioso e raro da essere chiamato "Il Gioiello della Luce del Mondo".
Il vento ha sparso sulla terra la polvere delle loro ossa che biancheggiarono nei luoghi più remoti e inaccessibili.
Le loro lacrime hanno reso salato il mare, e le loro avventure hanno ispirato i poeti d’ogni tempo; il loro dolore ha commosso le stelle del firmamento, e più volte la Vergine ha chiesto al Re Sublime il permesso di intercedere per quei Rapiti.
Per inusitata, stravagante ironia del destino, si racconta che alcuni abbiano trovato il Gioiello per essersi impigliato nei loro sandali.
Ignorandone l’immenso valore, quale insignificante lapislazzolo taluni l’hanno rigettato, mentre alcuni pare l’abbiano ritenuto degno d’essere incastonato nella bardatura di un asino.
Il "Gioiello della Luce del Mondo", nella polvere, è capace di baciare i piedi degli ignoranti, e questi lo pongono sulla fronte di un asino!
Quale stranezza.  
Tutto ciò è un mistero!”».

 Da Canti d'Amore, di Maria Yepes e Ventamore.
A&B Edizioni - Bonanno Editore 

Gnosi e Alchimia nella Divina Commedia




Ad un poeta che cerca Dio, come Dante, non poteva sfuggire il senso segreto delle cose, riposto in quella ‘Magia Naturale’, così detta da Alberto Magno, che era a quel tempo l’arte della trasmutazione, intesa dai più come l’Arte di trasmutare i metalli, e dagli Adepti come la Scienza della Umana e Spirituale Trasmutazione. L’argomento del lavoro riguarda, particolarmente, lo studio approfondito e in chiave alchemica dell’opera “magna” di Dante e, precisamente la Commedia. Per alcuni questa trattazione potrà sembrare una forzatura, nel senso che bisogna a tutti i costi trovare qualcosa che ci riporta all’ermetismo filosofico ma le coincidenze trovate nella lettura di questa opera immensa ha spinto a scrivere alcune considerazioni. Ciò non è solo frutto solo degli studi dell’autore, ma è il voler seguire il pensiero di personaggi come Trusso, Contro, Angelini e altri che ebbero il merito di aprire nuove vie per una giusta e proficua comprensione della Commedia.
«Gnosi e Alchimia nella Divina Commedia» è l'ultimo lavoro di Rosario Marcello Puglisi, con la prefazione di Tiziano Busca, Sommo Sacerdote del Gran Capitolo dei LLMM del Rito di York...

Alchimisti e Massoni a Urbino: il Tg Rai regionale intervista Marco Rocchi


Marco Rocchi (il secondo da sinistra) con Tiziano Busca, Marco Colombo e Mauro Cascio

Un interessante servizio su Alchimisti e Massoni ad Urbino. Buongiorno Regione ha intervistato il prof. Marco Rocchi, docente universitario, e da tempo impegnato in un lavoro saggistico per Tipheret - Gruppo Editoriale Bonanno.

https://www.facebook.com/marco.rocchi.14/videos/10215236461012708/

Il segreto iniziatico nella via del cuore


di Massimo Agostini



Nel mondo iniziatico si sente spesso affermare che la verità non è rivelabile, ed è così: come spiegare le proprie esperienze interiori, come far comprendere agli altri un vissuto che non gli appartiene. Ognuno vive la solitudine del proprio divenire pur condividendo con altri, emozioni, amori, esperienze quotidiane di vita. L’unico amico che ci è concesso di conoscere è infatti lo specchio della nostra essenza con la quale ci troviamo, se osservatori attenti, ad un confronto serrato unico, assoluto, universale.
Nessun essere che è altro da noi, per quanto amato e caro, potrà mai comprendere la nostra sensibilità, i nostri più nascosti pensieri, le nostre emozioni, desideri, conoscenze.
Viviamo con gli altri, ma alla fine ognuno si ritrova solo con se stesso, una solitudine che sembra appartenere a chi ama e fortemente sente l’immensità dell’anima, divenendo buona amica per chi, dotato di sensibilità, cerca di vivere consapevolmente l’esperienza interiore delle proprie emozioni.
Riflettere su se stessi, la pratica del silenzio, il simbolico abbandono dei “metalli”, ovvero del materialismo inteso come inconsapevole vissuto di ogni quotidiano divenire; costituiscono in questo percorso le fasi simboliche di un costante, duro, intimo, lavoro personale, senza limiti e confini, guidato esclusivamente dal proprio solitario rapporto evocativo con gli antichi e misterici insegnamenti, con il simbolismo di un Tempio e, se si è fortunati, con gli stimoli di pochi illuminanti Maestri.
Il viaggio iniziatico è un viaggio di purificazione durante il quale ci si deve liberare delle parti più negative del sé. L’impulso negativo si presenta come forza autonoma sotto le sembianze di un animale terribile. Il neofita deve impegnare una dura lotta con questa forza antagonista che tende ad uccidere la sua anima. Scopo dell’iniziato non è però di uccidere la bestia, ma piuttosto di sottometterla.
L’anima nera spesso spaventa e per questo evitiamo di guardarla nella sua vera essenza e se potessimo vorremmo anche ucciderla.
Antichi rituali parlano di: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Veram Medicinam) e il rettificare corrisponde all’incontro con la propria essenza più negativa (la bestia, l’anima nera) non per ucciderla, ma per conoscerne tutta la sua potenza, e se ci riesce, usandola
per trovare la propria luce più splendente.



Chi percorre le strade della conoscenza iniziatica si ritrova quindi inevitabilmente a “fare i conti” con la natura duale della propria essenza, vivendo il contrasto cromatico tra il bianco ed il nero della propria intima natura, attraverso lo strumento che i massoni indicano come VITRIOL, ovvero in un processo di intima conoscenza del proprio Sé (Visita Interiora Terrae) per comprendere che è possibile divenire osservatore distaccato e padrone della propria natura (Rectificando), allo stesso modo dell’auriga platonico che governa le opposte nature dei suoi due cavalli (espressione del dualismo dell’anima) per raggiungere l’iperuranio, fonte di ogni illuminata realizzazione (Invenies Occultum Lapidem).
Il nostro operare nella vita dovrebbe essere perciò scevro da verità rivelate, presupposto di ogni possibile pregiudizio, ma bensì essere caratterizzato da percorsi, intimi, personali, esclusivi, di consapevolezza; una consapevolezza che non può essere frutto di insegnamenti più o meno dotti o di erudite cognizioni, trovando più sicuro alimento proprio in quell’intima esperienza di analisi, e nel personale confronto con la propria e altrui essenza.
«Se hai dubbi, studia, dopo lo studio medita, formula asserzioni, cerca conferme, dubita ancora», raccomandava ai fratelli uno dei miei più cari Maestri di Alchimia Spirituale, Bernardo Shin, al secolo Giordano Bruno Galli.
L’essenza di un percorso iniziatico impone quindi dubbi e domande continue, alle quali nessuno potrà mai dare risposte nella ricerca della Verità, essendo ogni verità posta nel cuore di ogni uomo “libero e di buoni costumi”. In tutte le tradizioni iniziatiche il cuore è infatti il centro spirituale dell’individuo, ovvero il luogo mistico dell’ascolto e dell’incontro con la propria energia potenziale, fonte primaria di Verità. Giustizia e Amore.



Anche per la Bibbia il cuore è una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva, tutto il mondo degli affetti e delle emozioni, nonché la sfera dell’inconscio in cui affondano le radici di tutte le attività dello spirito.
Per gli Ebrei, il cuore è considerato la sede del potere insito nella prima lettera dell’alfabeto, Alef, che nella ghimatriah cabalistica ha il valore numerico di trentadue (due lettere Yud contrapposte e in mezzo due lettere Vev) corrispondente alla parola ebraica Lev, che appunto significa cuore.



Il cuore, al pari della lettera Alef, è perciò espressione della Luce divina, e strumento di unione tra macrocosmo e microcosmo, tra coscienza umana e divina, tra finito e infinito; tra Sé inferiore e Sé superiore; tra l’essenza caotica e torbida dell’inconscio e il mondo della “coscienza rivelata”.
Quindi la scintilla di verità è nel cuore e il cuore, sede di Verità e Giustizia, rappresenta lo strumento iniziatico per la propria compiutezza.
Per colui che ricerca questa Verità iniziatica è inevitabile incontrare ostacoli e difficoltà, dovendo sperimentare l’incontro con la propria essenza più oscura, quell’anima nera che, come belva vorace, è capace di divorare ogni anelito di realizzazione nella Luce.
Specchiarsi nel proprio Sé più bestiale, prendere coscienza del demone insito nel proprio essere, rappresenta la parte più terrificante e angosciante del sogno iniziatico.
Il bene e il male, nella loro suprema potenza inconscia, emergono in un terrificante contrasto di forze che si materializzano nei peggiori pensieri o nella più luminosa gioia.
La manifestazione è spesso il frutto del nostro pensiero, l’archetipo ha in sé il tutto e sta all’uomo sapersi unire al dolore o alla gioia e scoprire forse che entrambe non esistono se non come frutto del pensiero.
Un cammino che per alcuni può proseguire verso più elevati livelli di giustizia ed equilibrio, attraverso un percorso di consapevolezza interiore, che assume la valenza di una conoscenza superiore, dove forza e bellezza trovano giusta sintesi nella sapienza iniziatica di colui che tutto vede.
Tale processo iniziatico lo ritroviamo simbolicamente espresso in molti simboli del tempio massonico, non solo nel pavimento a scacchi bianchi e neri, ma anche nella Luna (Iside) e nel Sole (Osiride) che, posti ai lati del triangolo divino, e dietro allo scranno del Maestro Venerabile, donando a quest’ultimo l’immagine di colui tutto vede, con un richiamo all’antica sapienza egizia, che indicava nell’occhio di Osiride resuscitato in Horus, il magico connubio degli opposti.



L’uomo che ha in sé equilibrio e giustizia è solo colui che non si fa sopraffare dai demoni del proprio inconscio poiché ha infatti compreso, non solo come domare il drago interiore, ma bensì come sfruttarne la potenza distruttrice per raggiungere le acque cristalline della realizzazione.
In questi passaggi è forte il messaggio che la rivelazione divina è in noi e non fuori di noi. Solo una ricerca attenta della nostra essenza più intima, valicando il velo dell’inconscio, consente all’uomo libero di accedere alle stanze segrete di ogni magica rivelazione.
La conoscenza conduce inevitabilmente a comprendere che l’essenza del viaggio ha in sé il principio della libertà, di un sentire scevro da ogni dogmatica e fideistica interpretazione, e quindi da pregiudizi e condizionamenti, al fine di sottrarre il proprio io al grigiore del volgo pensante, potendo interrompere circonvoluzioni mentali che nulla hanno a che vedere con lo scopo della nostra sacra vita.
Il sentiero iniziatico, nella consapevolezza del saggio, non può che fondarsi nei principi di tolleranza e fratellanza, affinché anche chi è diverso da noi non assuma l’aspetto del selvaggio, ma al contrario diventi ricchezza inesauribile per la nostra realizzazione. [...]

Tratto da



Kipling e il punto di rottura




Rudyard Kipling, nasce a Bombay, da genitori inglesi. Conosce molto bene l’India, l’Europa in cui viaggia come giornalista. Va anche in America. Riceve il premio Nobel a soli 41 anni ( il più giovane scrittore che abbia mai ricevuto questo riconoscimento). Quasi tutti i ragazzi, nell’adolescenza, hanno letto almeno uno dei suoi libri: Il libro della Giungla, Capitani Coraggiosi, Kim.  Appartenne ad una Loggia Massonica in India Tra i vari scritti di impronta massonica ricordo i più conosciuti: “La Loggia Madre” esprime un rimpianto caro per una appartenenza che gli manca quando è lontano dal' India; “Se” racchiude le qualità umane dell’uomo equilibrato, leggesi massone;
"Il Punto di Rottura” esprime l’amarezza di sapere che l’uomo è fallibile e destinato a soccombere anche se “si rialza” più volte nell’arco della vita. L’ha scritta dopo aver perso due figli.

Inno del punto di rottura

Precisi manuali han calcolato
(in guardia costruttori!)
il carico, l'impatto, la pressione
che può reggere ogni materiale.
Così, quando per trave che s'incurva
l'intera campata è frantumata,
la colpa dei danni, o della morte,
sul conto dell'uomo va segnata.
Dell'uomo - non dei materiali!
Ma nel nostro rapporto quotidiano
con pietra e acciaio,
noi vediamo gli Dei non vincolati
a una simile giustizia per gli umani.
Ci forgiano senza prendere misure,
non frequentano un corso su di noi,
alla cieca ci gravano di pesi.
Troppo spietati da sopportare.
Precisi manuali hanno tabelle:
quale stress lacera i bulloni,
quanto traffico logora l'asfalto,
quant'a lungo dura il calcestruzzo.
Ma per noi, poveri figli di Adamo,
non stamparono tali avvertimenti.
Per l'uso in piena sicurezza.
Rapiniamo tutta la Terra
e Tempo e Spazio insieme;
troppo sazi ormai di meraviglie
per stupirci a nuovi miracoli;
finché, nella dolce illusione
d'aver già sottomano il divino,
una multipla confusione assale
ogni cosa compiuta o ideata:
Le opere possenti progettate.
Noi soli nel Creato soffriamo
(più fortunati ponti e rotaie!)
la duplice condanna di fallire
e sapere il proprio fallimento.
Ma un segno, l'unico, svela
che fummo Dei: è la vergogna
di crollare, pur sotto pesi immani.
Gran carico o dure avversità.
Oh Potenza velata di mistero,
di cui invano cerchiamo il sentiero,
assistici nell'ora di pena e rovina.
E per quel segno che Ti manifesta,
noi gli spezzati, proprio perché spezzati,
sorgeremo ancora a costruir di nuovo.
In piedi, a costruire ancora...

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